FOOD MAKERS GO GLOBAL

Gli artigiani del cibo di Oriente e Occidente si incontrano per lavorare insieme e creare nuove prelibatezze.

Due artigiani del cibo che producono lo stesso alimento, uno proveniente dall’Europa e l’altro dall’Asia, si incontrano, trascorrono del tempo insieme e scambiano conoscenze e know-how. La serie approfondisce i loro diversi mondi: il loro lavoro, le loro imprese, le loro vite, le loro procedure di produzione e le diverse condizioni di mercato che devono affrontare. Le abilità secolari uniscono così le forze con nuove tecniche di produzione alimentare in una lotta comune contro la standardizzazione.
I nostri eroi sono il cibo e le persone che lo producono. Ogni episodio è dedicato a un singolo prodotto biologico, dal formaggio, al cavolo fermentato, alla piadina, alle uova di pesce salate e alla pasta, e alle storie dietro di esso. Storie di persone reali che lavorano per produrre prodotti alimentari eccezionali, radicati nel loro ambiente e nella loro cultura locale. Cosa impareranno gli uni dagli altri?
Cosa succede quando una donna Sami che fa una focaccia con pane eccezionale viaggia dalla sua natia Lapponia in India per vedere come fanno i chapatt? Un produttore di formaggio di capra del Nepal produce il suo formaggio in modo totalmente diverso dalle sue rinomate controparti in Francia? Petros dalla Grecia incontra Takano in Giappone e scoprono che ognuno ha il suo modo personale di fare bottarga, uova di muggine salate. La signora Yao di Jiangmen in Cina visita un pastificio in Italia e un produttore tedesco di crauti va in Corea per vedere come fanno il kimchi. Tutti questi artigiani del cibo sono desiderosi di sviluppare le loro conoscenze e la serie li collega, consentendo loro di confrontare i modi in cui fanno il loro lavoro in ogni fase della produzione e delle catene di approvvigionamento. La serie rivela l’essenza delle stesse specialità prodotte in diversi paesi con diverse condizioni sociali ed economiche, portandoci in un tour dietro le quinte di cibo di qualità e introducendoci nei sapori e nei luoghi e le persone speciali le cui storie non sono mai raccontate: persone intente a sviluppare il loro mestiere e combattere le grandi corporazioni che li stanno soffocando. I loro prodotti unici e l’esperienza aumentano la nostra consapevolezza di come il cibo che amiamo è fatto e ci mostrano quanto sia importante preservare il patrimonio mondiale delle tecniche di produzione alimentare.
La serie non solo ci dà una migliore comprensione del cibo che mangiamo e di come può essere prodotto in modo sostenibile su scala globale, ma ci porta anche a un viaggio di scoperta unico e originale attraverso gli occhi di persone che mantengono le tradizioni culinarie di i loro diversi paesi contro i bellissimi paesaggi diversi in cui vivono.

2018 / 5 X 26′ / HD
Prodotto da Stefilm, Ma.ja.de Filmproduktion, MDR in collaborazione con ARTE e RSI

Diretto da Clio Sozzani e Claudia Palazzi

CATHEDRALS OF STEAM – EUROPE’S RAILWAY STATIONS

Questa serie racconta l’epica storia di cinque stazioni ferroviarie europee: St Pancras a Londra, Gare de Lyon a Parigi, Antwerpen Centraal, Budapest West Station e la Stazione Centrale a Milano sono i principali protagonisti di ciascuno degli episodi. Scopriamo queste cattedrali dell’età industriale nel loro presente e nella loro storia combinando storie umane con l’architettura, storie passate e contemporanee. Mescolando le dinamiche del luogo e un look punk al vapore “fin de siècle”, la serie guarda dietro la facciata ed è un invito a scoprire luoghi, che di solito sono trascurati dai viaggiatori più affollati.

Italia / Regno Unito / Ungheria / 2018 / 5×52′

Regia di Jeremy JP Fekete

Produzione: YUZU Productions in coproduzione con Stefilm (Italia), Tigerlily (Regno Unito), Laokoon (Ungheria) coprodotto da ARTE GEIE, in collaborazione con Servus TV, STV, ERR, RSI

MY HOME, IN LIBYA

Dal 1970 i nonni di Martina vivono in un piccolo paese vicino a Padova. Nati in Libia negli anni ’30 sono stati espulsi da Gheddafi nel 1970 insieme ad altri 20.000 Italiani. Confiscati tutti i beni, da un giorno all’altro si ritrovano su alcune navi che li riportano in Italia, un luogo che è solo più un simbolo e non un’appartenenza. Da allora Antonio e Narcisa vivono isolati in una casetta piena di modesti ma densi richiami: una manciata di sabbia del Sahara, rose del deserto, piante grasse e un pappagallo di nome Marisa. Il tempo si è fermato, ma non per Martina che vuole saperne di più.  Così il nonno disegna per lei, sulla base dei ricordi, la mappa della sua Tripoli, distante ormai quasi mezzo secolo: corso Vittorio Emanuele, la cattedrale, il lungo mare, la via dove avevano il loro negozio di materiale elettrico. Intanto la Libia dei giorni nostri è nel caos più totale e Martina non può verificare con i suoi occhi quanto il nonno le rappresenta. La rete le viene in aiuto e riesce a stabilire un contatto con un giovane libico che, sulla base degli schizzi del nonno, inizia ad inviare immagini della Tripoli di oggi: i nomi delle strade sono cambiati, molti quartieri non esistono più, le milizie armate si dividono la città e spadroneggiano. A poco a poco il rapporto tra Martina e Mahmoud cresce in un fitto scambio di messaggi e immagini via internet. Da una parte una giovane che fa del territorio europeo la sua casa, dall’altra un giovane libico che non vede nessun futuro se non immaginandosi fuori dalla Libia.  Martina si avvicina al posto più estremo della Sicilia che si affaccia sul Mediterraneo mentre Mahmoud fa lo stesso dal litorale di Tripoli. I due si guardano senza vedersi, ma ormai si conoscono grazie alla rete. Intanto il nonno affida il suo destino e quello della nipote e di Mahmoud ad una scritta scolpita nel legno che pende da una parete: “tutto arriva per chi sa aspettare”.

Italia / 2018 / 66 min.
Regia: Martina Melilli
Produzione: Stefilm
In collaborazione con: ZDF, Arte, Rai Cinema
Con il sostegno di: Mibact, Piemonte Doc Film Fund, Regione Piemonte

NOTE DI REGIA

Io credo nel valore delle storie di singoli che riescono a raccontare un vissuto comune a molti, e nella coralità di un racconto per raccoglierne punti di vista e sfaccettature diversi. La storia di mio nonno Antonio è condivisa da tutti quegli italiani che hanno vissuto l’esperienza dell’espatrio forzato dalla Libia (1970). La storia di Mahmoud è quella di una generazione giovane che si trova a crescere e a formarsi in un paese senza una precisa identità, diviso da violenze e interessi, e che pure deve trovare in quel caos la strada per il suo futuro. Quello che li accomuna è la città di Tripoli, vissuta dal primo nel passato e dal secondo nel suo presente, considerata da entrambi come “casa propria”. Sono i dettagli privati e individuali a rendere queste storie uniche. Io mi sono formata tra Venezia, dove mi sono laureata in Arti visive, e Bruxelles, dove ho studiato cinema documentario e sperimentale. Viaggiare fa parte di me come persona e del mio lavoro, in quanto artista visiva e filmmaker. La rappresentazione della memoria, individuale e collettiva, e il ruolo delle immagini e dei media nella società contemporanea, assieme al senso di appartenenza e di cosa sia “casa” sono i principali interessi della mia ricerca e della mia pratica artistica. Noi tre condividiamo un presente dove cerchiamo di confrontarci, di darci delle risposte, di trovare il nostro posto nel mondo. Quando i miei nonni ripensano ai tempi d’oro di Tripoli, la parola che utilizzano più spesso è “fratellanza”; quello di cui più sentono la mancanza, sin da quando sono arrivati in Italia, è il senso di comunità che caratterizzava la loro vita lì. Il sentirsi parte di qualcosa. Pur essendo molto giovane, Mahmoud ha già perso questo senso di comunità nella sua terra. Io lo sentirò mai? Dove? Come? O forse, con chi?

Mahmoud era uno studente di ingegneria nucleare, ora laureato. Ci siamo conosciuti via Facebook e ha deciso di aiutarmi a ritrovare le tracce del mio passato, filmando con lo smartphone dal parabrezza della sua macchina i luoghi cari alla memoria di mio nonno. Nei mesi, ora anni, che passano il nostro rapporto digitale-epistolare è diventato una vera e propria amicizia. Noi non ci siamo ancora mai incontrati, non ci siamo nemmeno mai parlati: ci scriviamo soltanto. Ma questo crea anche una sensazione di protezione, in cui ci si sente tanto liberi di esporsi quanto al sicuro dallo sguardo dell’altro, da una reale intimità condivisa. Alla fine basta che uno dei due smetta di rispondere, ed è come se la cosa non fosse mai esistita: sparita nel nulla. Ed è di questo che ho paura, che all’improvviso lui possa sparire nel nulla, e di non capire se sia perché gli è successo qualcosa o perché ha deciso di non rispondere più. I nostri scambi si nutrono di immagini e racconti, scoprendo a vicenda e sempre più a fondo chi è “l’altro”, il proprio quotidiano, i propri sogni, le ambizioni. Le differenze sono tante, al di là di quelle ovvie di genere e di provenienza geografico-culturale. Il ruolo che il cinema ha nella mia vita, ad esempio, è fondamentale, così come la presenza del viaggio, dello spostamento. Cose che invece lui, Mahmoud non conosce: non si è mai mosso dalla Libia, in cui i mezzi pubblici non esistono, e gli aeroporti che c’erano ora sono stati rasi al suolo o caduti in mano alle milizie e allo stato Islamico. I cinema invece sono stati chiusi e vietati, e lui non ci è mai stato. Forse una sola volta, da bambino, ma era piccolo, e non se lo ricorda. Siamo però entrambi alla ricerca di chi, cosa, e dove, saremo “domani”. Di cosa sia, di dove poter costruire, “casa”.

La situazione socio-politica della Libia non sembra accennare a nessun miglioramento. Anzi, appare sospesa in una stagnante tensione costante, che sembra tenda più all’involuzione che alla risoluzione dei conflitti. E fuori da lì se ne parla sempre meno. È come se si aspettasse, in silenzio. Ma cosa? Questa attesa è straziante e lui spesso accenna spesso all’idea di prendere uno di quei barconi che scelgono in tanti come via di fuga. La cosa mi spaventa moltissimo, cerco di fargli capire che non è una soluzione, che il rischio è troppo alto. Ma lui dice di non avere niente da perdere.

Sul finale, mio nonno guarda fuori dalla finestra, il suo unico oblò sul mondo, verso una sorta di altrove indefinito. Pensa al passato? Immagina il tuo futuro? “Tutto arriva per chi sa aspettare” mi dice. “E tu cosa aspetti, nonno?” gli chiedo. “Non lo so”. E un po’ non lo so nemmeno io. Ma aspetto.

WONDERFUL LOSERS. A DIFFERENT WORLD

Per molti di noi quei ciclisti che non vincono e che non compaiono mai in televisione e sulle prime pagine dei giornali sono semplicemente dei perdenti. Sono i gregari, i “portatori d’acqua”, i Sancho Panza del ciclismo professionistico.
 Wonderful Losers racconta la loro volontà smisurata, la loro devozione e la capacità di sopportare la fatica e il dolore per continuare la gara ad ogni costo e dare il personale contributo alla vittoria finale del loro capitano. 
Se cadono si rialzano e fanno di tutto per continuare la corsa: alzare bandiera bianca non è ammesso.

In Wonderful Losers i nostri eroi non sono soli: il team dei medici, stipato in una piccola e claustrofobica automobile, accorre per prestare le prime cure, si lancia sull’asfalto a soccorrere chi è caduto o medica i feriti che, senza fermarsi, si agganciano ai finestrini dell’auto. 
Il lavoro dei medici ricorda quello di una guerra: sono sulla “linea di fuoco”, dove il ritiro non è un’opzione. 
I 21 giorni del Giro d’Italia sono il perfetto scenario per l’odissea dei gregari e dei loro angeli custodi, i medici di corsa.

 
Lituania / Italia / Svizzera / Belgio / Lettonia / Regno Unito / Irlanda / Spagna / 2017 / 71′

Regia: Arunas Matelis
Produzione: Studio Nominum (Lituania), Stefilm (Italia), DOK Mobile (Svizzera), Associate Directors (Belgio), VFS Films (Lettonia), Dearcan Media (N.Irlanda/UK), Planet Korda (Irlanda), SUICAfilms (Spagna)

 
 
NOTE DI REGIA

Per me, pedalare è molto più che uno sport o il soggetto di un film. E’ una parte molto importante della mia vita. Ho sognato di diventare un ciclista e mi sono allenato duramente sino a quando ho avuto un serio incidente quando ero ancora a scuola. Sono stato costretto ad abbandonare il ciclismo e mi sono indirizzato agli studi di Matematica Applicata. In seguito sono diventato regista ma non ho mai perso il mio amore per il ciclismo. In qualche modo questo film è il tentativo di realizzare un sogno che mi ha seguito per tutta la vita: superare le più grandi sofferenze scalando le montagne più dure del Giro. Correre in bicicletta non è semplicemente uno sport. I ciclisti sono proprio come una legione di gladiatori, uomini temprati dalla fatica che combattono contro gli avversari, le avversità, le intemperie (vento, le ripide salite, la pioggia o la neve) ma anche contro la fragilità e l’egoismo dell’essere umano. Questo sport appare quasi come una metafora della vita, dove il talento, l’impegno, il sacrificio, non sono messi al servizio del proprio successo ma di quello della propria squadra. L’essenza dello sforzo atletico non è finalizzata ad acquisire una leadership ma spesso ha lo scopo di sacrificarsi in favore di un proprio collega e della squadra. Per gareggiare in questo sport è necessario possedere una titanica forza di volontà non solo per raggiungerei migliori risultati atletici ma anche per mantenere immune la propria mente e il proprio stile di vita dall’individualismo, dall’orgoglio e dall’egoismo. Il ciclismo professionistico mi permette così di osservare i valori, le virtù, le passioni umane attraverso la lente d’ingrandimento che questa difficile attività sportiva mi mette a disposizione. La gara ciclistica può anche essere intesa come un’allegoria della nostra società, dove vi sono leader e gregari e ciascuno si assume il ruolo che gli compete in base alle proprie capacità e meriti.

THE STRANGE SOUND OF HAPPINESS

Dopo anni alla deriva, Diego ritorna alla sua città natale in Sicilia. Il suo sogno di diventare musicista non si è avverato. Non ha un lavoro, non ha piani per il futuro ed è stato appena mollato dalla fidanzata. Guardando gli scheletri arrugginiti delle navi nel porto, viene rapito da un suono mistico: un antico strumento musicale, lo scacciapensieri, sembra indicargli una via.
Inizia così un viaggio di redenzione, dalle torride coste della Sicilia alle pianure congelate della Yakutia in Siberia, dove lo scacciapensieri è uno strumento spirituale e simbolo nazionale. Diego incontra i sommi maestri e scopre che il suo viaggio è parte di un’antica profezia. Il “suono della felicità” sembra essere là.

Italia / 2017 / 90 min.
Regia: Diego Pascal Panarello
Produzione: Stefilm International (Edoardo Fracchia, Elena Filippini, Stefano Tealdi), Kick Film (Moritz Bundschuh).
Prodotto con il supporto di: MIBACT (Italia), Sicilia Filmcommission (Italia), Piemonte Doc Film Fund (Italia), FFA Filmförderungsanstalt (Germania), FilmFernsehFondsBayern (Germania), Deutscher FilmFörderFonds (Germania), ARTE (Germania-Francia), YLE (Finlandia)

FOOD MARKETS III

Food Markets racconta le storie che si nascondono dietro ogni prodotto messo sui banchi e ci porta a scoprire i luoghi meravigliosi da cui arrivano. L’Europa condivide un’eredità enogastronomica eterogenea e complessa: abbiamo scelto di raccontarla attraverso le storie eccezionali di chi ogni giorno porta avanti questa tradizione con impegno. I mercati della nostra serie sono “l’ombelico” delle rispettive città: spazi urbani che si sono trasformati radicalmente, ma che restano il centro economico e il simbolo della città e del suo territorio.

AMSTERDAM
Amsterdam è la città dove novità e tradizione si fondono insieme continuamente, anche sui banchi dei suoi storici mercati d’eccellenza. Qui possiamo gustare le migliori aringhe della zona e i tipici “stroopwafel”, assaggiare il famoso formaggio Gouda, raccogliere le ostriche selvatiche del mare del Nord, mangiare un hamburger a base di alghe marine e scoprire le prime coltivazioni di alghe del paese.

HELSINKI
I mercati alimentari di Helsinki offrono i migliori prodotti provenienti dal territorio finlandese a trecentosessanta gradi: dalla Karelia a est, dalla Lapponia a nord e dalle isole a ovest. In questo episodio scopriremo i pascoli di renne nelle foreste e l’affascinante pesca sul ghiaccio, per finire la giornata nei locali della città, con un buon caffè e un gustoso Munkipossu, tipico dolce finlandese, proprio nella piazza del mercato.

LISBONA
Il Mercado da Ribeira è il più importante mercato alimentare di Lisbona, dal 1882. Situato nel quartiere di Cais do Sodré, vicino alla stazione ferroviaria e all’imbarcadero del fiume Tago, tradizionalmente raccoglie i prodotti provenienti da tutta la regionein dal 1800, il “Mercado da Ribeira” custodisce il meglio della tradizione alimentare della città: limoni della regione del Mafra, peperoni rossi, prosciutto di maiale nero dell’Antelejo e i polipi del Cascais. La giornata termina sorseggiando un bicchiere di amarguinha ghiacciata, con una splendida vista sulla città dai piccoli chioschi tradizionali situati intorno proprio intorno al mercato centrale.

MONACO
Il Viktualienmarkt è il cuore pulsante di Monaco, dove possiamo trovare banchi temporanei di prodotti stagionali, ma anche negozi permanenti che offrono le tipiche salsicce bavaresi, un’infinita varietà di patate, miele organico e cacciagione. Seguendo i migliori artigiani del cibo, scopriamo come un formaggio viene fatto maturare, gustiamo i tipici Schmalznudel e impariamo a preparare i cioccolatini.

PALERMO
Nel bel mezzo della città vecchia sorge Ballarò, il più grande mercato di Palermo. Qui lo street food è uno stile di vita: dalle famose arancine alle gustose specialità di carne e di pesce arrostite, salate, sott’aceto o fritte. Sempre accompagnati dagli slogan urlati dei venditori del mercato, assaporiamo i dolcissimi mandarini della Conca d’oro e il finocchietto selvatico dell’entroterra, per terminare con una golosa fetta di cassata siciliana.

Italia / Germania / 2017 / 5 x 52’
Produzione: Stefilm
In collaborazione con: RAI 1, ZDF, ARTE, RSI, Majade Filmproduktion

A SUD DI PAVESE

La figura di Cesare Pavese, uno dei più grandi scrittori del ‘900, diventa ispirazione per un viaggio intimo alla ricerca dei fili che continuano a legare l’universo pavesiano al tempo presente. Girato nei luoghi simbolo di un immaginario poetico, il film parte dalle colline del Piemonte per arrivare al mare calabrese del “confino”: tra comunità macedoni che ripopolano le vigne dei contadini e storie di chi resiste in territori difficili anche in nome della letteratura. A sud di Pavese è un omaggio ad una forza che va oltre gli stessi riferimenti culturali, è l’esplorazione di un territorio in cui vita e letteratura si intrecciano fino a perdere i loro stessi confini.

A sud di Pavese prende le mosse da un ritorno, dopo più di dieci anni, nei luoghi in cui ho girato il mio primo documentario breve Filari di Vite. Anche allora volevo cercare Pavese nel presente, tra gli ultimi contadini delle Langhe che sembravano usciti dalle pagine dei romanzi. Tornare vuol dire percepire il tramonto di un mondo, vuol dire attraversare gli stessi riferimenti letterari per andare oltre e vedere che cosa rimane.
Pavese è diventato così la lente da indossare per rileggere la realtà, per cercare storie là dove lui ha trovato le sue, come se i luoghi fossero sorgenti ancora attive.
Matteo Bellizzi

Italia / 2015 / 56 min.

Regia: Matteo Bellizzi
Produzione: Stefilm

Seminare poesia fa bene alla terra

Cesare Pavese sapeva bene che la poesia non esiste di per sé, ma va scovata così come si cerca un fungo nel bosco. È un ritmo tra i tanti in cui il tempo si scompone, tra le mille possibilità di articolarsi in una storia. Soprattutto, Pavese sapeva bene che la poesia è prima di tutto una relazione tra chi cerca e il mondo che si nasconde o si disinteressa. È quell’accordo, miracoloso, fugace, persino illusorio, tra il ritmo interiore di chi va per il mondo – il suo cuore, si potrebbe anche dire – e le cose. C’è un momento, imprevedibile, in cui i due ritmi battono il medesimo tempo. Ma dura poco, ed è per questo che le poesie sono brevi. È una specie di regalo del mondo, ed è la più struggente delle illusioni: che l’uomo abbia il suo posto dentro un’orchestra, e che sia uno spartito la vita che ci è capitato di attraversare. Qualcuno sa qual è il punto in cui le note chiuderanno il sipario.

In questo senso A sud di Pavese di Matteo Bellizzi raccoglie un’eredità. Dentro questo film, così denso e commovente, c’è prima di tutto l’idea che tentare di accordare il proprio cuore al mondo sia molto di più di una consolazione, sia una scoperta, e in fondo una resistenza al brutto che avanza. Bellizzi scivola giù per l’Italia pavesiana, dalla Langa a Brancaleone Calabro, portandosi dietro più che l’immaginario di Pavese la sua poesia. Prova a vedere che spazio abbiamo lasciato alla poesia, sapendo che se la domanda è retorica e potrebbe esserlo anche la risposta, i giochi non sono già fatti una volta per tutte. Non c’è spazio per la poesia, verrebbe da dire, negli abusi edilizi che trova in Calabria, non c’è spazio per la poesia negli anziani disinnescati nelle case di cura, sottratti alla terra che li nutriva.

Eppure la poesia è prima di tutto smarcarsi dalla retorica, ed è lì che sta la grandezza e la bellezza di A sud di Pavese. Perché Bellizzi scivola giù lungo l’Italia lasciando poesia a ogni metro. C’è qualcosa di profondamente creaturale, nell’amore con cui in questo film la vita – tra cui gli esseri umani e i loro goffi tentativi di non soccombere al dolore – si mostra sullo schermo. Bellizzi semina poesia dietro di sé, che è un modo come un altro per provare poi a ritrovare la strada. Quello che lascia, alla fine del film, è una commozione che disarma ogni più cinico conto in sospeso con il mondo. E ai titoli di coda resta addosso anche una grande malinconia, che è un altro, forse il più grande, tra i lasciti di Cesare Pavese. L’idea che la malinconia non sia una sconfitta, ma solo una delle tante forme che prendono le cose negli occhi di chi le maneggia. E che ci sia una bellezza, e uno struggimento, in ogni congedo, senza che sia per forza una rinuncia.

Andrea Bajani

FOOD MARKETS – Nuova serie

LA SERIE

Andare al mercato è un’esperienza sensoriale imperdibile: mentre scegliamo cosa comprare, sperimentiamo colori, profumi e sapori di un’intera regione. Food Markets, nella sua seconda stagione, continua a raccontare le storie che si nascondono dietro ogni prodotto messo sui banchi, e ci porta a scoprire I luoghi meravigliosi da cui arrivano.

Come si fa lo champagne di betulla? Qual è il segreto per una perfetta Ribollita? E perché il formaggio Paski Sir è prodotto solo su quella piccolissima isola in Croazia?

FIRENZE, RIGA, ZAGABRIA, FRIBURGO e TOLOSA saranno le protagoniste della nostra seconda stagione. Dal Mar Adriatico ai Pirenei, dalle colline fiorentine ai confini con la Russia, scopriremo angoli d’Europa affascinanti che faranno da cornice alle storie di persone che, ogni giorno, custodiscono e rinnovano la tradizione enogastronomica europea.

FIRENZE

La capitale del Rinascimento rivela le sue radici contadine quando si parla di cibo. A tavola non c’è un sapore in cui non si possa scoprire una storia speciale: la schiacciata era un modo di riciclare gli avanzi di pasta per il pane, la ribollita è la zuppa che doveva durare una settimana e il lampredotto era lo scarto dei macellai, reso delizioso con un brodo di verdure e un panino croccante. Questa tradizione si rinnova ogni giorno al Mercato Centrale di Firenze. Dalle colline di Fiesole al borgo di Certaldo, fino alla Riserva Naturale di San Marcello – scopriremo il paesaggio toscano lasciandoci guidare dalla Gola!

TOLOSA

Una Francia insolita, al confine con la Spagna, con un patrimonio enogastronomico incomparabile: Tolosa conserva tutti i suoi tesori al Mercato Victor Hugo. I tartufi neri del Quercy, i fagioli bianchi di Tarbes e il vino del Fronton, fino al supremo formaggio di Rocamadour – ogni angolo dei Midi-Pyréneés nasconde un sapore speciale, che impareremo a preparare al meglio grazie allo chef Michel Sarràn e ai consigli dei venditori. Riusciremo a visitare le segrete cantine per invecchiare il formaggio a soli 30 metri dal mercato? E come fanno Amèlie e Myléne, che hanno appena 20 anni, a gestire la pescheria più apprezzata della città?

ZAGABRIA

Ultimo Paese ad entrare nell’Unione Europea, la Croazia è una terra giovane e vivace e Zagabria è il suo cuore pulsante – ponte fra Est e Ovest del Vecchio Continente. Il modo migliore per scoprirne ogni segreto, o assaggiarla in un boccone, è una visita al Dolac, il mercato centrale. Qui le Kumice, le donne che da decenni vendono in questa piazza i prodotti dei loro giardini, ci mostreranno come sono cambiate le cose negli ultimi tempi; saremo sorpresi dalle tecnologie usate nei caseifici dell’isola di Pag, famosa per le sue coste meravigliose; andremo a pesca di notte nell’Adriatico e torneremo in città per colazione, dove Gjoni ci preparerà il miglior Burek di tutti i Balcani!

RIGA

La Lettonia è un piccolo Paese baltico, ma il Centraltirgus di Riga è il più grande mercato coperto d’Europa – nonostante ciò fatica a ospitare in un posto solo tutte le insolite prelibatezze di queste Regioni. Sapevi che dalla canapa si può fare il burro, e dalle betulle, lo champagne? A Riga non servono i piatti per gustare una cena speciale e quando il sole tramonta, allora comincia la vita vera. Sulle tracce delle sue esotiche specialità culinarie scopriremo come Riga, la città con il più alto numero al mondo di edifici Art-Nuveau, sta rilanciando la sua eredità post-sovietica nel nuovo millennio.

FRIBURGO

Friburgo, la città più “verde” d’Europa, è felice di accoglierti al Münstermarkt – l’incantevole mercato di strada che si snoda intorno alla sua maestosa cattedrale. In questa città tutti sanno bene che “siamo quello che mangiamo” e perciò dietro alle bancarelle troviamo i coltivatori più rispettati del mondo. La Foresta Nera fornisce i prodotti della tradizione, come le trote di fiume, le bacche e il prosciutto affumicato più venduto e apprezzato d’Europa, mentre il Kaiserstuhl, la Toscana tedesca, ci sorprenderà con la raffinatezza dei suoi vini. E poi, come perdersi la storia di Stephan, che dopo aver quasi dato fuoco alla cucina di sua madre, oggi sforna i cheesecake più apprezzati della Germania!

THE QUEEN OF SILENCE

Denisa è una ragazzina adolescente che vive in un campo Rom in Polonia, illegalmente. Ha forti difficoltà ad esprimersi con la parola perché da piccola è rimasta sorda. Gli altri ragazzini del campo la prendono in giro. Ma lei ha una dote preziosa che la aiuta a sopravvivere. La danza. Quando balla puà essere quello che vuole, anche una regina ed esprimere quello che non può dire, la gioia, la tristezza e la paura. Le piace ballare come le attrici glamour nei DVD di Bollywood che ha trovato in un bidone della spazzatura. Mentre la sua comunità lotta contro la povertà, l’emarginazione e il razzismo, Denisa danza Bollywood tra baracche, cartoni, e galline. Poi un giorno viene portata in uno studio medico e sentirà per la prima volta, grazie ad un apparecchio acustico. La regista Agnieszka Zwiefka segue Denisa e la sua famiglia durante il susseguirsi delle stagioni, nella drammaticità della vita nel campo Rom dove chi è senza lavoro, senza istruzione nè rsidenza permanente si scontra quotidianamente con gli abitanti delle nostre città.
Germania / Polonia / Italia / 2014 / 80′ – 52′
Prodotto da Ma.ja.de Filmproduktion e Chilli Productions, in co-produzione con HBO Europe, Stefilm International, Odra-Film e ZDF in collaborazione con ARTE, in associatione con YLE,
RAI TRE, RSI e SVT

diretto da Agnieszka Zwiefka

world sales: Deckert Distribution
distributione in Italia: Stefilm International s.r.l

STORIE DI MERCATO

Torino e Lione, ai piedi delle Alpi e cuore d’Europa, sono il teatro di un viaggio alla scoperta della secolare tradizione europea, trascinati dai sapori dei mercati di Porta Palazzo e della Croix Rousse. Il cibo è il sangue delle nostre città e delle nostre vite, che dalla campagne, ogni giorno, arriva nelle piazze e poi nelle nostre case. Ogni contadino è portatore di questa tradizione, la reinventa per adeguarla ai suoi tempi; ma anche noi consumatori ne siamo gli artefici, con le nostre abitudini, con le nostre ricette, con le nostre richieste. Il mercato è il luogo dove questi percorsi si intrecciano e creano un tessuto sociale autentico, vero termometro di una città, un luogo dove la vita pulsa spontanea. “Storie di Mercato” racconta alcune di queste vicende, storie di famiglie che da secoli si tramandano modi e tempi di un mestiere, di contadini che si inventano oggi nuovi modi per essere competitivi, di nuove coltivazioni che assecondano le esigenze di clienti arrivati da lontano. La tradizione che non cambia è una tradizione che muore: il film racconta questi cambiamenti per aiutarci a trovare la nostra radice comune.

Italia 2014 / 67 min
Una produzione Stefilm – Elena Filippini, Stefano Tealdi, Edoardo Fracchia
con il sostegno del MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

Regia di Stefano Tealdi

world sales: Stefilm International s.r.lV

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